I confortatori e il rituale della giustizia – I confratelli dedicarono fin dalla prima stesura statutaria il cap. X alla figura dei confortatori, sottolineandone l’importanza della funzione che d’altronde coincideva con lo scopo principale dell’Arciconfraternita, confortare i condannati a morte. A tal fine, chiare dovevano essere le qualità morali e spirituali di chi era chiamato a svolgere un incarico così importante. Si richiedeva inoltre un’età non inferiore ai  30 anni, che garantisse loro un’adeguata maturità e stabilità psicologica.

L’attività dei confortatori venne ben descritta nel manuale di Pompeo Serni che lo donò il 1 gennaio 1659 al sodalizio.

Il provveditore, avvisato dal Tribunale criminale dell’imminente giustizia, invitava in oratorio quattro confortatori e il cappellano per ricordare il valore della loro missione, mentre si procurava il mandato dal giudice. Nel frattempo, sopraggiungeva il Maestro di cerimonie che interveniva al momento della vestizione e all’organizzazione della processione, che si svolgeva secondo un rituale ben definito.

Quattro confratelli intonavano alternativamente salmi e litanie; altri tre, scelti per la loro buona corporatura e la giovane età, conducevano il Cristo con le cigne; infine due confratelli, i più degni d’ufficio o di nascita, portavano ciascuno una torcia. Giunti alle carceri, attendevano per strada il paziente.

Nel frattempo i quattro confortatori si recavano nella cappella delle carceri ad attendere il condannato a morte; si preparavano con il sacco di tela nera, cinti da una corda e una corona nera al fianco, senza anelli alle mani e vesti colorate, come calzini e parti di indumenti che uscissero dal collo o dalle maniche.

Da questo momento in poi si chiedeva ai confortatori di mettere in atto una vera e propria strategia psicologica per portare il condannato al pentimento e rassegnarlo alla morte; oltretutto salvando la sua anima avrebbero salvato anche la propria.

Due confortatori, dei quattro, si avviavano ad incontrare il condannato, ciascuno reggendo in mano il crocifisso e la tavoletta della pietà. Avvicinatisi al condannato, lo dovevano chiamare per nome, per rendersi benevoli ai suoi occhi, senza mai dargli del tu.  Lo accompagnavano quindi nella cappella dove lo attendevano gli altri confortatori ed il cappellano raccolti in preghiera, cosicché potesse immediatamente sentirsi confortato dal concorso di tante persone sopraggiunte solo per lui.

A questo punto era necessario valutare la disposizione d’animo del condannato. Un tono di voce dimesso, che indicasse compassione, poteva favorirne lo sfogo e predisporlo alla confessione. Ma ci potevano essere casi di profonda ostinazione alla quale dovevano rispondere con ogni mezzo sino ad umiliarsi; se credevano fosse posseduto dai demoni, si inginocchiavano uno ad uno dinanzi al peccatore, pregando stesi a terra pur di ottenerne un pentimento. Si spingevano, se fosse stato il caso, anche a baciargli i piedi. Dinanzi ad un diniego, erano allora autorizzati ad usare parole dure, ma mai all’uso della violenza.

Il passo successivo, ed il più importante, era la confessione con il cappellano, che poteva durare anche alcune ore. Nel frattempo, al di fuori della cappella i confortatori preparavano un tavolino dove stava ad attenderlo il provveditore. Qui poteva dare libero sfogo ai suoi pensieri ed al suo pentimento, che venivano registrati nei libri, insieme alla condanna. Il provveditore si occupava anche di registrarne l’eventuale testamento e si incaricava di farlo eseguire. Qualora avesse avuto dei denari, se voleva li poteva lasciare in elemosina per le messe oppure poteva chiedere che fossero consegnati alla famiglia.

Il Serni (1) è estremamente preciso nella descrizione degli eventi e nell’elencazione delle situazioni particolari dinanzi le quali i confortatori si potevano trovare e che per la loro eccezionalità esigevano l’intervento di accorgimenti alla consueta prassi confraternale. Ad esempio dinanzi ad un condannato muto o sordo, i confratelli avrebbero dovuto indossare il cappello e non il cappuccio. Nel caso invece di un condannato che affermasse di essere pazzo, dovevano dimostrare l’abilità di capire se fingesse; se fosse stato forestiero, chiamavano un confratello che parlasse la stessa lingua. Poteva verificarsi anche la richiesta di parlare con il proprio confessore, ma non era una pratica usata, quindi vi si acconsentiva eventualmente solo il giorno dell’esecuzione. Dinanzi alla richiesta di vedere i familiari, questa solitamente veniva respinta perché ritenuta non proficua. Nel caso invece di eretici condannati dalla Santa Inquisizione, dovevano chiamare i confortatori più bravi e soprattutto quelli più religiosi per farli ritornare sui loro passi.

Il Ministro di giustizia si presentava circa mezz’ora prima dell’esecuzione per mettere il cappio al condannato. Ad attenderlo alla porta delle carceri un crocifisso che lo avrebbe preceduto per tutto il percorso. Dietro due confortatori, uno dei quali con la tavoletta ed il reo in mezzo sul carretto; altre volte poteva essere condotto a piedi. Lungo tutto il percorso recitavano i sette salmi penitenziali e le litanie (2). Contemporaneamente anche il cappellano intonava le litanie della Madonna alle quali i fratelli rispondevano con l’Ora pro eo, pregando così per il passaggio del paziente nell’aldilà.

Anche questa fase si dimostrava come una grande incombenza per i confortatori perché dovevano allontanare dalla mente del reo una serie di pensieri che gli offuscavano la mente. Sapevano infatti che la pena non sarebbe terminata con la morte, ma sarebbe proseguita. Spesse volte il corpo veniva sfregiato dopo la morte, infierendovi sopra, squartandolo, infilzandolo sulle picche. Altre volte rimaneva pendente sulla forca, talvolta rimaneva «sparato» dai chirurghi nel rito della «notomia» pubblica. Sicuramente dal punto di vista dei condannati il solo pensiero di essere dissezionati in piazza ed offerti agli sguardi rappresentava un’ulteriore motivo di disperazione. Ma anche a questo problema erano chiamati ad intervenire i confortatori, offrendo loro la garanzia della cura dei loro corpi straziati, la loro composizione ma soprattutto una degna sepoltura in un luogo consacrato, la chiesa di S. Giovanni Decollato. L’unico filo di speranza era la revisione del processo o addirittura la grazia, che gli stessi confratelli avevano ricevuto il privilegio di poter conferire liberando un condannato nella festa intitolata al loro Santo protettore.

Una volta eseguita la giustizia, l’apparato processionale tornava in conforteria dove il cappellano si accingeva ad intonare il De profundis per il defunto; giungeva quindi l’ora di ritornare nel luogo destinato a spogliarsi.

Se la giustizia si eseguiva in mattinata, il condannato non veniva subito seppellito ma doveva restare alla vista del popolo. Infatti non era sufficiente l’atrocità della pena capitale, la sua spettacolarizzazione si prolungava per ore perché rimanesse ricordo indelebile nella memoria come messaggio intimidatorio. Solo dopo le 20.00 i confortatori raccoglievano la salma e la portavano alla chiesa di S. Giovanni Decollato per seppellirla sotto il chiostro. Eccezion fatta per i nobili e per gli appartenenti alla gerarchia ecclesiastica che venivano invece sepolti in chiesa nella tomba vicino l’altare maggiore. I capestri ed i lacci venivano bruciati durante la prima tornata dopo la festa della decollazione di S. Giovanni Battista alla presenza del provveditore, dei consiglieri e del governatore. Le ceneri venivano anch’esse buttate nelle tombe. Se invece i corpi erano destinati alla Sapienza, rimanevano sul cataletto. Altre volte venivano riportati sul luogo del delitto ed esibiti. Mentre i penitenti venivano seppelliti nella fossa comune della chiesa, gli impenitenti, non condotti al rogo, erano abbandonati dalla Confraternita e sepolti fuori le mura della città, in prossimità del muro torto. I casi più ostinati venivano sepolti fuori Porta del Popolo sulla riva del Tevere.

1) ASGD, Manuale del confortatore, vol. 911

2) ASGD, Preces, salmi e litaniae, docc. 909, 910